Resoconto del convegno sull'agricoltura di Italia dei Valori

Ho partecipato il 31 maggio, a Roma, al convegno di Italia dei Valori dedicato all'agricoltura. Ad esso hanno partecipato, oltre alle figure istituzionali del partito impegnate sul tema nelle Commissioni di Camera e Senato, numerose sigle sindacali e associazioni di categoria. Presente, tra gli altri, Lino Martone, da sempre impegnato nella tutela degli agricoltori e del nostro territorio. Tra gli amici campani mi piace sottolineare la presenza del Sen. Lorenzo Diana e del direttore di Orizzonti Nuovi, l'amico Orlando Vella. Tanti e passionali gli interventi. Il settore vive una grave crisi e le risposte del Governo tardano ad arrivare. E come non osservare che il comparto agricolo e l'allevamento, che da sempre hanno costituito l'ossatura della nostra economia, oggi vedono gli operatori in grave difficoltà per l'aumento delle procedure igienico sanitarie, la competizione impari- frutto della globalizzazione e degli scarsi controlli sull'origine e la sicurezza alimentare- con prodotti provenienti dall'estero e facilmente accessibili nella grande distribuzione? E come non ricordare che i pochi fondi destinati dal Governo al comparto agricolo sono totalmente assorbiti dagli allevatori del Nord e utilizzati per non pagare le multe per le quote latte?
Dal convegno sono emerse analisi e proposte che ben possono essere racchiuse nel documento elaborato dalla dott.ssa Rogo, responsabile nazionale di Italia dei Valori, che pubblico di seguito e che vi invito a leggere con attenzione.

Emilio Iannotta

l 31 maggio si è tenuto a Roma il convegno "Dalla Parte degli agricoltori - La proposta dell'Italia dei Valori". All'incontro hanno partecipato in molti, segno che l'argomento è di grande attenzione a livello nazionale. Ecco la sintesi di quanto esposto al convegno. Le imprese agricole italiane, nel corso dell'ultimo decennio, hanno registrato crescenti difficoltà e cali del reddito, poiché la crisi, generata prima di tutto dalla perdita di competitività del prodotto sulle piattaforme distributive, risente dell’aumento dei costi di produzione. Al mancato adeguamento della logistica nazionale si è sommata una flessione della domanda sia interna, sia estera, determinata dalla crisi internazionale dei consumi, che solo nei primi mesi di quest’anno comincia a dare segni di ripresa. Inoltre, se alla produzione i prezzi di vendita del prodotto agricolo sono rimasti fermi o addirittura sono scesi (come nel latte), i prezzi al consumo invece sono saliti, trascinati soprattutto dai mercati esteri.

Si è così verificata una situazione paradossale in cui l'agricoltura italiana ed in particolare il settore ortofrutticolo da sempre fiore all'occhiello del nostro export, è finito in sofferenza svendendo le proprie produzioni a prezzi che non coprono i costi di produzione, mentre il consumatore sugli scaffali dei supermercati trova sempre più pomodori belga, kiwi cileni e formaggi olandesi. Una delle cause sta nel fatto che l'Italia non è riuscita a conservare una propria grande distribuzione se si esclude il caso Coop e rimane terreno di conquista da parte delle grandi multinazionali del food che acquistano a piene mani le nostre migliori piccole e medie industrie alimentari. Il passaggio pezzo a pezzo del nostro settore caseario in mani estere è sotto i nostri occhi da anni.

Il prolungarsi della crisi economica ha generato nelle imprese agricole, di ogni dimensione e localizzazione, un forte indebitamento ed una conseguente crisi finanziaria che impedisce ogni ulteriore accesso al credito. A fronte di queste difficoltà ci si dimentica che il settore agricolo è quello che più di ogni altro ha conservato i posti di lavoro in Italia ed in alcune filiere ha aumentato le ore lavorate.
Le cause della fragilità strutturale dell'agricoltura italiana, il cui sintomo sono le difficoltà a piazzarsi competitivamente sul mercato, sono di ordine diverso e si sono accumulate nei decenni, oltre quelle generate dalle condizioni oggettive pedoclimatiche tipiche del nostro territorio. La mancata ristrutturazione delle aziende agricole ed il mancato cambio generazionale ne sono solo una parte, l'incapacità da parte delle Regioni di finalizzare i fondi europei a supporto della modernizzazione e della competitività ne costituiscono l'aggravante. La mancata emanazione di leggi idonee a dare davvero trasparenza ed a valorizzare il prodotto italiano, nell'ultimo decennio hanno reso ancora più critica la posizione degli agricoltori che sempre più subiscono l'andamento dei mercati senza poter minimamente influire sulle trattative commerciali. Troppo spesso le misure a sostegno dell’agricoltura sono imprecise, non colgono nel segno e non hanno tempismo, dato che sono state pensate almeno dieci anni prima. Le misure a sostegno dell’agricoltura, come i PSR, devono tenere conto delle specificità dei luoghi, delle dimensioni e vocazioni e devono poter essere aggiornate con il mutare delle esigenze del mercato, altrimenti divengono piuttosto ostacolo allo sviluppo ed alla modernizzazione, distorcono il mercato e non vanno a
sostenere le iniziative imprenditoriali competitive a sostegno del reddito dell’agricoltore.
Tutti hanno le loro ragioni nell'Europa del libero mercato: l'industria di acquistare dove le materie prime sono più standardizzate ed il consumatore di riempire il proprio carrello con ciò che crede il che sia il miglior alimento che la propria busta paga gli consente. L'agricoltura italiana, all'interno di queste inevitabili dinamiche deve ritrovare una propria competitività pena l'abbandono delle coltivazioni e degli allevamenti e questa volta non di quelle marginali e povere ma di quelle più produttive. Chiudono i grandi allevamenti di vacche da latte e si lasciano incolte le terre irrigue del campidano. Finisce la grande storia della tabacchicoltura italiana, si liquida senza sostituzione la filiera della barbabietola, si riduce sempre più il mercato per le primizie siciliane e per quel fenomeno straordinario che per vent'anni è stata la produzione di kiwi nel Lazio.
Il settore agricolo, ben consapevole che non è possibile rimandare indietro l'orologio della storia non chiede di fare scelte corporative ed autarchiche, ancorché impossibili nel libero mercato europeo e mondiale, ma chiede con voce forte di essere dotato degli strumenti idonei a difendere le produzioni, i posti di lavoro e l'economia locale che si generano con un'agricoltura forte. L'agricoltura ha bisogno prima di tutto di leggi che consentano di far comprendere al consumatore cosa sta acquistando, quindi di etichettature chiare e trasparenti e nomi non ingannevoli. Quindi ha bisogno di strumenti difensivi per stare sul mercato: accesso facilitato al credito ed ai fondi europei a sostegno della competitività. Non vogliamo solo aiuti utili a trascinare una sopravvivenza sul mercato, l'agricoltura ha bisogno di investimenti infrastrutturali che non ci sono: mancano investimenti sulla logistica, sulle forme aggregate di distribuzione controllate dagli stessi agricoltori, mancano vie preferenziali di distribuzione perché tutti i nostri prodotti viaggiano su gomma, per grandi distanze ed alti costi e le piattaforme distributive sono in mano a pochissimi che decidono i prezzi in regime di monopolio. Non possiamo non ricordare come molti dei mercati generali del sud come del nord Italia siano soggetti ad infiltrazioni della criminalità,con alterazione del regime di libera concorrenza, taglieggiamento dei produttori agricoli e diretto controllo sui prezzi.
Infine vanno poste alcune riflessioni sulle norme europee visto che le produzioni agroalimentari sono quelle che maggiormente vengono regolamentate a livello europeo. Purtroppo, infatti le leggi europee non sempre hanno favorito la trasparenza sull'origine delle materie prime, anzi le norme più recenti hanno reso più difficile per il consumatore capire la provenienza delle olive nell'olio o dei suini nei salumi. La spinta alla trasparenza che fu generata dalla “mucca pazza” si è persa nel tempo, a causa dell’opposizione delle più forti lobby industriali.
E’ ormai in fase di arrivo l’approvazione della nuova Politica agricola comunitaria,frutto delle richieste contrapposte dei 27 Paesi aderenti, che hanno condizioni ed esigenze totalmente diverse tra loro. L’Italia purtroppo non ha mai avuto una vera forza contrattuale sul tavolo delle norme europee per l’agricoltura e da come si va prefigurando, anche la nuova PAC per essere adattata alla nostra struttura socio economica del settore, richiederà molta competenza, capacità di sfruttare le opportunità nascoste nelle pieghe delle norme e buon senso. Soprattutto per evitare che gli aiuti previsti vadano dispersi in mille inutili rivoli piuttosto che al sostegno delle imprese agricole vere e proprie. Anche in questa delicatissima fase il nostro partito dovrà essere presente e presidiare che vi sia trasparenza ed efficacia.
Per concludere quella che è solo una panoramica di spunti vogliamo evidenziare che in un mercato globale come quello attuale, dove le dinamiche di prezzo sono condizionate da fattori lontani ed imprevedibili, le risposte e le contromisure non possono che essere politiche e di sistema ed in conclusione, gli spunti di riflessione sui quali sviluppare le nostre proposte per l’agricoltura, senza voler essere esaustivi, ruotano almeno sulle seguenti esigenze:
· difesa delle produzioni locali, biologiche e tipiche attraverso i marchi di qualità e la promozione del “made in Italy” agroalimentare;
· favorire l’attuazione di ogni strumento possibile che dia trasparenza all’origine della materia prima nel prodotto industriale;
· favorire l’accesso al credito dell’impresa agricola attivando fondi di rotazione e di garanzia appositi (di cui, per altro si parla da anni);
· finanziare gli strumenti che favoriscano l’imprenditoria giovanile in agricoltura;
· fornire strumenti di sanzione agli organismi di monitoraggio dei prezzi al consumo;
· aiutare i piccoli agricoltori collocati in aree marginali che spesso sono l’unico strumento di difesa ambientale, con l’istituzione di opportunità di commercializzazione locale e di filiera corta;
· sostenere con forza ogni iniziativa imprenditoriale che riporti il controllo dell’agricoltura sulla formazione del prezzo, come la costituzione delle filiere agroalimentari integrate tra produttori associati;
· istituzione di un monitoraggio attivo delle posizioni di cartello delle piattaforme distributive che di fatto impediscono ai produttori di scegliere il loro miglior cliente, privandoli di ogni potere contrattuale;
· denunciare le infiltrazioni della criminalità nella distribuzione agroalimentare;
· sostenere produzioni alternative ed attività di integrazione al reddito nelle situazioni di comparti in crisi, come nel settore bieticolo, nella tabacchicoltura e nella pastorizia;
· indirizzare le normative nazionali verso inserimento delle produzioni di energia rinnovabile in agricoltura come opportunità di integrazione al reddito e limitazione degli impianti di tipo speculativo;
· sostenere che vengano inseriti nei fondi europei forme premianti per le aziende agricole che svolgono attività di tutela del territorio ed ambientale;
· rivedere globalmente il corpus normativo incombente sull’agricoltura come adempimenti burocratici poiché i costi relativi agli adempimenti formali,quando non sono necessari e non utili al controllo dell’illegalità, incidono inevitabilmente sul prezzo di vendita e levano tempo all’agricoltore.

Renata Rogo
Responsabile nazionale Idv - area Agricoltura

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