Una nuova alleanza con i movimenti civili di Luigi de Magistris

Il momento storico che l’Italia sta vivendo credo sia uno dei più difficili dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Finita la stagione delle passioni civili della fine degli anni ‘60 e degli anni ‘70, dei quali nell’immaginario collettivo pare sia rimasta in eredità – purtroppo - solo la deriva terroristica, si é cominciato ad insediare nel Paese la sub-cultura videocratica del berlusconismo.
Con gli inizi degli anni '80 scompare la questione morale come baricentro dell'agire politico. I poteri forti, espressione di un capitalismo fondato sulla teoria del consumatore universale, impongono un modello di vita che oggi é divenuto dominante.
Il raggiungimento del profitto senza regole, che avviene in spregio al principio della libera concorrenza, diventa obiettivo della politica e dell'impresa. L'avere comincia a conquistare il predominio sull'essere. Il merito progressivamente cessa di essere l'architrave del processo di formazione della classe dirigente, non solo di quella politica. Si inizia a formare una nuova classe di mercanti, politici e faccendieri che praticano la dissoluzione dell'etica pubblica.
La nascita, in questo periodo, di forti imperi economici si deve in buona parte anche ai capitali mafiosi ed al riciclaggio del denaro sporco.
Gli anni '80 si caratterizzano per le convergenze parallele tra mafia e politica. E' il periodo in cui si consolida il potere della DC e del PSI e la loro capacità di tessere rapporti anche con ambienti della criminalità organizzata. Nello stesso tempo alcuni imprenditori cominciano – per mezzo di legami corruttivi con la politica - a fondare le loro fortune. E' il caso di Berlusconi, ma non solo.
La scoperta della P2 interrompe la progettazione di un disegno golpista ed autoritario che conduceva a dissolvere la democrazia nel nostro Paese.
Tra gli inizi degli anni '80 e gli inizi degli anni '90 nella politica italiana si consolida il malaffare che conduce, poi, alla deflagrazione del sistema con Tangentopoli. Implode un mondo reificato di rapporti illeciti tra politica ed impresa. L'Italia era un Paese che in quei dieci anni era "cresciuto" con un sistema corruttivo che rappresentava la spina dorsale dello pseudo-sviluppo capitalista nostrano.
Agli inizi degli anni '90 non vi é solo Tangentopoli, ma anche il progetto eversivo della mafia che mette in ginocchio il Paese, per trattare con la nuova politica ed avviare il suo processo di trasformazione in mafia-governo e mafia-impresa. La criminalità organizzata non si accontenta più di avere referenti più o meno affidabili all'interno delle Istituzioni, ma pretende di contribuire a governare il Paese nell'economia, nella finanza, nella politica e finanche nelle Istituzioni.
In questi anni si consolidano anche le nuove forme di corruzione, con quest’ultima che non si realizza più, tendenzialmente, per mezzo di valigette cariche di soldi o mazzette di banconote, bensì attraverso la concessione clientelare di incarichi pubblici, posti nei consigli di amministrazione di partecipate pubbliche, ruoli di vertice nelle amministrazioni, allocazione di poste in bilancio, consulenze. E' la cosa pubblica che diviene oggetto del mercimonio da parte di chi la dovrebbe rappresentare.
Un sistema corruttivo che passa, soprattutto, per la gestione illecita della spesa pubblica e che elimina la conflittualità tra imprenditori e politici, uno dei motivi che hanno contribuito a generare Tangentopoli. La torta economica è grande e può essere co-gestita, tutti possono attingere alle risorse pubbliche. Non c'é motivo per litigare. La politica diviene classe, in quanto fonda parte delle sue fortune sulla gestione illegale di questo tesoro che dovrebbe essere comune. La politica che diviene affare assume anche una connotazione classista che non dovrebbe esserle propria.
E´ su questo terreno che si realizza la gestione compartecipativa del potere da parte anche di forze del centro-sinistra, in particolare penso al PD, in vaste aree del Paese.
Negli ultimi quindici anni questo sistema torbido si é consolidato costantemente tanto che la criminalità organizzata oggi controlla parte consistente del prodotto interno lordo nazionale e condiziona una fetta non trascurabile della “cosa pubblica”.
In questo sistema il berlusconismo ha trovato terreno fertile per alimentarsi e diffondersi: prima cavalcando l'onda populista anti-partitica del periodo di Tangentopoli, poi divenendo il peronismo del terzo millennio. Regime autoritario che, oggi, in Italia si sta realizzando completamente e che vede la violenza morale e della carta da bollo prendere il posto di quella fisica. Lo squadrismo dei berluscones alla Cicchitto che rappresentano la frangia più eversiva del golpismo in atto.
Questo peronismo di matrice piduista che si vuole compiutamente introdurre nel nostro Paese è certamente polimorfo, manifestandosi con tanti volti.
La concentrazione del potere in pochissime mani, sfruttando magari il collante dei poteri occulti che non guastano mai nel disegnare le nuove tecniche di regime.
La legittimazione del potere deve essere garantita dall'elezione diretta da parte del popolo del Capo: il ritorno del Furherprinzip di novecentesca memoria, che ha legittimato le leadership del “Secolo breve” giustificando ogni scelta del potere, anche la più abominevole e arbitraria, in virtù di un mandato popolare plebiscitario usato come alibi. Per ottenere questo risultato uno strumento prezioso è il controllo sempre più ferreo dei mezzi di comunicazione. L'informazione eterodiretta garantisce al regime di accrescere il consenso e di produrre campagne mediatiche fondanti per la costruzione di coscienze drogate e narcotizzate, utili per esser manipolate a fine politico-popolustico.
Il regime deve, poi, realizzare il dissolvimento degli organi di garanzia, di tutti gli organi di garanzia, e compromettere l’equilibrio dei poteri che fonda la società contemporanea. Dalla magistratura autonoma ed indipendente alla libera e plurale informazione, dalla Corte Costituzionale al Parlamento, dal Consiglio Superiore della Magistratura allo stesso Presidente della Repubblica. Il sovvertimento dell'assetto democratico del nostro Paese attraverso l'abuso del diritto, il diritto illegittimo, la legislazione ordinaria. Questi sistemi autoritari hanno bisogno della legittimazione formale, dell'apparente rispetto delle norme. Il maglio autoritario è tanto più efficace quanto se sancito da norme. E' l'autoritarismo del normale, la normalizzazione come sovrastruttura sistemica.
Questo smantellamento della forma di Stato e di un'idea di Nazione come delineato dai Costituenti produce lo sgretolamento della democrazia.
Il disegno autoritario trova un forte substrato anche nel dissolvimento della cultura nel nostro Paese. L'impoverimento del dibattito culturale e l'imposizione di una sub-cultura sono la linfa vitale del nuovo peronismo. Così trionfa la tv commerciale che ci bombarda con il suo sistema di (non) valori: le veline (cioè il corpo esibito come merce e come merce offerto, proposto come unico mezzo per un’ascesa fondata solo sull’apparire), il successo come esclusiva conquista economica, la vita come unicamente finalizzata ad attuare il modello del “produci-consuma-crepa”, si diceva un tempo. La meritocrazia, basata sullo studio e sul sacrificio culturale, sull’impegno intellettuale e sulla formazione, sulle braccia di operai e contadini, è screditata e ridotta quasi ad anti-valore, bollata come antica e superata, considerata superflua oltre che inutile, probabilmente anche ridicola.
Il peronismo del terzo millennio acuisce le disuguaglianze sociali, precarizza il lavoro, ostacola ogni forma di redistribuzione del reddito.
Di fatto produce un aumento considerevole del conflitto sociale, in qualche modo lo alimenta affinché possa essere anche strumentale a campagne tese a demonizzare le opposizioni sociali e politiche e così azzittire qualsiasi voce che spezza il coro monocorde del sovrano autocratico. Il sistema castale al governo da anni - che ha perso il legame con il popolo che ha sete di giustizia - non intende affrontare gli snodi della crisi economica e del lavoro perché un superamento delle logiche del liberismo senza regole e del capitalismo senile porterebbe allo scricchiolamento del regime.
La maggioranza peronista che governa il Paese tende chiaramente a criminalizzare ogni forma di dissenso, indicare come sovversivi coloro che cercano di praticare ideali di giustizia e di uguaglianza, minacciare la repressione per spaventare le crescenti coscienze critiche.
L'uso della repressione illegale ed indiscriminata è stata già praticata anche in un recente passato, è evidente che il regime non tollera il dissenso ad un sistema di potere che si fonda molto anche sull'ignoranza dei fatti da parte delle persone. Ecco perché il sistema ha paura che i fatti si conoscano: una loro corretta conoscenza produce pensiero critico e libero, e questo pensiero critico e libero è il volano per il dissenso e per una sana e pacifica ribellione sociale e culturale.
Il regime, che trova sostegni anche in aree non residuali del centro-sinistra, teme la rivoluzione culturale. Teme la pratica del dissenso non violento e fondato su valori forti. Il regime teme l'espressione più nobile della democrazia: la difesa e l'attuazione della Costituzione come emblema della giustizia e del diritto, come modello di un’umanità coraggiosa, libera e cosciente.
Penso che il No Berlusconi-day non possa essere ridotto alla mera richiesta di dimissioni dell'espressione apicale del regime, di colui che ne incarna simbolicamente le sembianze più efficaci e evidenti: Silvio Berlusconi.
Il 5 dicembre in piazza si é manifestato contro il disegno autoritario ed in difesa della democrazia.
Si é manifestato contro la plutocrazia e contro l'opulenza di regime. Si è manifestato per l’attuazione dell'art. 1 della Costituzione, quindi contro la precarizzazione del lavoro e in favore del diritto di tutti ad un’occupazione sicura e retribuita in modo giusto. Si é manifestato in favore dei più deboli, di quanti sono costretti ad essere residui sociali dei banchetti consumistici. Si é manifestato per i diritti dei migranti duramente colpiti da leggi razziste contrarie al diritto internazionale, oltre che all’umano sentire. Si é manifestato per la sconfitta della politica come classe autoreferenziale di professionisti. Si é manifestato contro la criminalità organizzata e contro la presenza delle mafie nelle Istituzioni. Si é manifestato a sostegno di una istruzione pubblica che si sta cercando di smantellare. Il motore è stato il desiderio di una rivoluzione dei cuori e delle menti pacifica e non-violenta.
Quel giorno una parte del Paese ha partecipato. Ha pensato che valesse la pena praticare la contaminazione sociale. Mettere insieme pensiero ed emozione. Accendere i cuori, alimentare le passioni. Contribuire a formare un laboratorio politico attraverso la Rete e la partecipazione di piazza, la libera circolazione delle idee su Internet, con la gioia del ritrovarsi fisicamente insieme, in una mescolanza di virtuale e reale inedita.
E' stata una grande giornata politica perché politica è stata quella piazza. Nel senso nobile e greco del termine. Questa grande giornata di pace e di democrazia fa paura al regime ed alla casta, che hanno tentato da subito di criminalizzarla utilizzando lo squadrismo verbale, l’intimidazione di quanti si avvicinano ai movimenti, la delegittimazione dei politici che vogliono il cambiamento. Ci vogliono fermare ma non dobbiamo aver paura: la storia insegna che di fronte alla coscienza ed al sogno che si fanno massa, il regime non può niente, anche quando sceglie di utilizzare la violenza fisica e servirsi della strategia della tensione.
Di fronte al peronismo di una classe politica corrotta e fortemente intrisa di mafiosità bisogna pensare ad un grande progetto politico.
Piazza San Giovanni é stato un momento importante di un laboratorio politico che si sta realizzando nel Paese.
Fondamentali sono, credo, alcuni passaggi.
In primo luogo, i partiti che intendono veramente cambiare la politica nel nostro Paese, passando dal classismo castale alla Politica quale luogo per la realizzazione del bene collettivo, devono dotarsi al più presto di una rappresentanza all'altezza di un progetto che non penso sia riformista, ma rivoluzionario. Pacifico, non-violento, ma rivoluzionario. In questo senso occorre un passo indietro da parte della classe politica che deve rinunciare all’idea che essa sia impresa e affare per pochi tecnici razionali, per lasciare spazio all’insegnamento weberiano del “Politik als Beruf”, della politica come professione-vocazione, dove chi si impegna in questo campo deve dimostrare, sostiene sempre Max Weber, le doti della passione, della lungimiranza e del senso della responsabilità. Un insegnamento in Italia rimasto in troppi frangenti disatteso.
Non vi é dubbio che chi ha partecipato fattivamente alla manifestazione (IDV e sinistra plurale) ha dato un forte segnale in questa direzione, dimostrando la propria disponibilità a farsi permeare dalla società civile, così desiderosa di prender parte.
La radicalità dei progetti di cui si sente il bisogno nel Paese passa, però, anche attraverso il coinvolgimento di quella parte dell'area moderata ed autenticamente liberale che non si riconosce nel capitalismo senile e nello stravolgimento dello Stato Sociale di diritto, che guarda alla trasparenza della politica e sente ancora come un impegno l’antica e attuale “questione morale”.
Non dimentichiamoci che la difesa e l'attuazione della Costituzione quale laboratorio politico passa anche attraverso sensibilità e culture diverse. Le stesse sensibilità e culture diverse da cui nacque la nostra Carta, figlia delle migliori energie democratiche nazionali vincitrici del nazi-fascismo.
Credo si debba pensare ad un grande progetto politico che unisca queste forze e le spinga ad avere l'ambizione di cambiare finalmente il Paese.
Si deve stringere un forte patto tra la politica della rappresentanza e la democrazia partecipativa perché entrambe, singolarmente, non possono arrivare alla meta. L’una perché si inaridisce nella sua chiusura dorata, perdendo il contatto fondamentale con la società e le sue esigenze, l’altra perché rischia di scivolare nella sola testimonianza, priva di incisività reale e potere decisionale.
Il patto deve basarsi su alcuni principi fondanti che si ritrovano nella Costituzione.
La lotta per i diritti é il baluardo dell'azione politica.
La lotta per i diritti civili e per il rispetto delle pari opportunità senza discriminazioni sessuali. La lotta per il lavoro come diritto di tutti ed a tutti garantito, senza il giogo di una precarietà che rende impossibile la progettazione del futuro e che riduce il futuro ad angosciante cono d’ombra. Le battaglie per la difesa dell'uguaglianza giuridica e l'attuazione dell'uguaglianza sostanziale. Il contrasto al razzismo ed alla xenofobia e ad ogni forma di discriminazione per una società che includa, unico modo per garantire la sicurezza collettiva e non giustificare l’operazione propagandistica di ronde e militarizzazione del territorio. La lotta all'evasione fiscale e per una rilevante redistribuzione dei redditi attraverso politiche economiche alternative a quelle praticate da chi intende favorire i più ricchi. Nuove politiche di bilancio che consentano di allocare le risorse pubbliche in maniera differente: verso lo sviluppo compatibile con l'ambiente, che passi per il sostegno alle fonti energetiche rinnovabili, per la valorizzazione della natura, dell'arte e della cultura, sacrificando il dispendio economico per le politiche militari di aggressione e preferendo l’investimento in ricerca e formazione.
La natura non deve essere violentata ma é il luogo in cui si manifesta la vita e dove si realizza lavoro e prosperità.
Credo sia fondamentale l'alleanza tra i partiti ed i movimenti, le associazioni, le reti, le molteplici realtà del mondo laico e cattolico.
Non dobbiamo fare l'errore di dividerci, di spaccare il capello in quattro, di trovare la pagliuzza senza pensare al regime che ci vuole distrutti.
Se non agiamo subito la capacità di penetrazione di questo sistema mafioso invaderà totalmente le Istituzioni e corroderà dall'interno quegli anticorpi ancora vitali. Adesso il regime sta puntando a rendere l’informazione progressivamente più servile e vorrebbe ridurre la magistratura ad articolazione togata del potere autoritario, magari colpendo quei magistrati impegnati in indagini delicate proprio sul rapporto che questo potere ha costruito con il crimine organizzato in un passato troppo recente. Così giornali e tv eterodiretti propaganderanno le inchieste sui dissidenti, gli arresti di immigrati, le imputazioni nei confronti di chi osa opporsi al regime. Ci potremmo ritrovare con stampa e magistratura non più libere, ma di regime. Segnali ne abbiamo. Il tempo sta per scadere.
Credo che le formule per stare insieme possono essere diverse, purché si evitino inutili leaderismi egoistici ed atteggiamenti egocentrici.
Una formula possibile è quella di aprire i partiti agli italiani di valore, come fatto da IDV e da Di Pietro sino ad ora.
L'altra - che non è alternativa - é quella di inaugurare un dialogo costruttivo con la realtà dei movimenti che si devono incontrare tra loro e darsi anche delle forme di organizzazione e rappresentanza. Senza organizzazione le battaglie non si vincono. Il rischio è che il sano spontaneismo disperda il suo potenziale e le battaglie pacifiche non si vincano. Un patto tra l'alleanza dei partiti che vogliono questo cambiamento ed il mondo plurale dell'associazionismo.
Un altro aspetto che trovo assolutamente rilevante è che questo patto tra la politica rappresentata nei partiti o nelle Istituzioni e la democrazia partecipativa - quella che la vulgata peronista definisce antipolitica – elabori formule innovative per la designazione e la formazione della nuova classe dirigente.
Penso alle manifestazioni, ai seminari, ai momenti culturali, alla Rete, penso ad un ritorno alla politica assembleare che sfrutti il prezioso strumento del web. Non possiamo, infatti, fermarci alla politica delle tessere e ad una dirigenza legittimata solo dai pacchetti di voti. La designazione della leadership con metodologie di tipo tradizionale non va demonizzata, ma appare una formula stantia o, meglio, non esaustiva.
Creiamo dei momenti di incontro dove costruire il cantiere, dove consolidare il laboratorio politico. Dimostriamo che sappiamo unire il Paese, in modo diametralmente opposto a come il crimine lo ha unito negli affari illeciti. Partiamo dallo scrivere insieme un grande progetto politico, connettiamo le reti presenti sul territorio e su Internet. Facciamo informazione in modo orizzontale. Impegniamoci ed abbandoniamo i salotti ed i luoghi comodi.
Nel consolidare la resistenza costruiamo anche l'alternativa di governo perché l’opposizione al regime non sia un vezzo, ma abbia capacità concreta e sappia misurarsi con la possibilità di guidare il Paese. Lanciamo la sfida anche alla parte migliore del PD, a quei dirigenti stanchi del sistema castale e di un certo ammiccamento al berlusconismo che pure ci sono stati in questi anni. Pensiamo alle risorse straordinarie che praticano i luoghi di quello che é stato il più grande partito della sinistra. Costruiamo finalmente un progetto che sia di sinistra e, poi, anche di centro, cercando una connessione con quel mondo cattolico che guarda alla laicità dello Stato, al pacifismo, al garantismo dei diritti. Privilegiamo le persone rispetto alle loro appartenenze. Senza “inciucismo” opportunistico, ma con l’intelligenza di capire che i muri ribaltati possono diventare ponti, che le differenze spesso sono sfumature, che l’accordo politico, pur da prospettive diverse, si deve trovare sui contenuti, sui programmi, sugli obiettivi sociali, politici e economici da perseguire. Ovviamente sempre avendo come criterio di dialogo l’invalicabile e irrinunciabile confine della questione morale: la trasparenza di chi riveste ruoli politici o aspira a farlo, che non si esaurisce nella fedina penale linda (pure indispensabile), è infatti la base per poter godere di quella credibilità e di quella fiducia che la collettività concede nel riconoscere ruoli di responsabilità pubblica. Del resto, il popolo sempre più guarda le persone per quello che hanno fatto nella vita, alla loro storia, al fatto che non si sono piegati al puzzo del compromesso morale. Il nostro Paese ha bisogno di tanti italiani dalla schiena dritta. Sporchiamoci tutti le mani dimostrando che il sogno di un’Italia libera, pulita, onesta è un’utopia concreta che possiamo realizzare. E’ necessario lavorare oggi, l’Es ist Zeit non accetta rinvii. Non solo perché il berlusconismo è un modello in crisi, alla fase autunnale del suo golpe, quindi ancora più preoccupante e pericoloso, ma anche in prospettiva futura: finito Berlusconi, non tramonterà automaticamente la sub-cultura politico-morale che ha imposto per decenni al Paese, infettandolo nel profondo. Sarà per noi un’eredità difficile da smaltire ma di cui dobbiamo occuparci adesso.

Luigi de Magistris

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