Art. 11 della Costituzione: l'italia ripudia la guerra

Pubblico, di seguito, l’articolo di Michele Ainis, sulla guerra in Libia e sulle posizioni del governo italiano pubblicato oggi su Espresso.it e la mozione presentata in Parlamento da Italia dei Valori che potrebbe, se vi fosse condivisione del PD e permanesse inalterata la determinazione della Lega Nord contro l’intervento armato in Libia, causare la caduta del governo di mister B. E' di poche ore fa la notizia dell'uccisione da parte della Nato di dodici ribelli a Misurata. Questa e' la dimostrazione che non esistono bombe 'intelligenti', che colpiscono solo obiettivi militari e luoghi dove si trovano i nemici e che non esistono modalità sicure nel bombardare. Ricordiamoci sempre che la nostra amata Costituzione, all’Art. 11, cita: “l’Italia ripudia la guerra”, vale a dire che è consentita solo quella difensiva.

Emilio Iannotta

Continuano a chiamarla missione umanitaria, per aggirare la Costituzione. Ma nemmeno una bomba poteva essere sganciata senza una delibera netta del governo e un'approvazione aperta delle Camere. Quello che è successo, invece, è stato il passaggio silenzioso dell'Italia da repubblica parlamentare a premierato monarchico
(28 aprile 2011)

E' lecito avanzare un dubbio, una riserva, un'opinione dissenziente sulla nostra guerra in Libia? Anzi: è lecito definirla guerra? Perché ad ascoltare le voci che risuonano dentro le stanze del palazzo, neanche la decisione di premere il grilletto avrebbe cambiato la natura del nostro intervento. che è militare, sì, ma pur sempre «umanitario ». Contro Gheddafi,ma non contro la Libia. Come se qualcuno rovesciasse qualche tonnellata di bombe sul suolo in cui abitiamo,sostenendo che i confetti esplosivi sono indirizzati a Berlusconi, non agli italiani. E a proposito di bombe, a proposito del presidente del consiglio.Il governo ha immediatamente dichiarato che i bombardamenti dei tornado tricolori sono in realtà «missioni con missili di precisione su obiettivi specifici». insomma se la bomba colpisce il suo bersaglio diventa una missione, altrimenti è un bombardamento. Ma per fortuna noi abbiamo soltanto bombe (pardon, missioni) intelligenti, come i nostri governanti.

E' questa guerra di parole che sta divampando da oltre un mese dentro i confini nazionali. L'altra, quella che riempie gli ospedali e i cimiteri, si consuma sull'altra sponda del Mediterraneo. Lontano, ma poi neppure troppo. E allora diciamolo, anche a costo di finire al muro come traditori della Patria: è una guerra illegale. La prima, ma soprattutto la seconda. E il fatto che non sia mai stata dichiarata, il fatto che di giorno in giorno risucchi i nostri eserciti come un buco nero, non la trasforma in una guerra legale.

Avevamo cominciato in punta di piedi, o meglio di scarponi. Offrendo le basi militari agli alleati, e spergiurando che quella era la soglia massima, dopotutto l'ex potenza coloniale in Libia non avrebbe potuto concedere di più. Poi abbiamo inviato istruttori militari. Poi abbiamo fatto alzare i nostri aerei in volo, per accecare con qualche diavoleria elettronica i radar di Gheddafi. Poi abbiamo ordinato agli aerei di sparare. E sempre con lo schermo della risoluzione 1973 dell'Onu, sempre sull'onda dei voti espressi dal Parlamento a metà marzo. Una prosecuzione logica del nostro impegno, della nostra primitiva scelta in favore della libertà dei popoli: ecco la trincea argomentativa del governo. Con questa logica, se domani sganciassimo un'atomica su Tripoli, nessuno avrebbe il diritto d'eccepire. Ma non c'è logica nella guerra che l'Occidente sferra contro il tiranno Gheddafi, lasciando indisturbato il tiranno Assad.

Quanto all'Italia, non c'è neppure logica giuridica. Per due ragioni: l'una formale, l'altra sostanziale. In primo luogo, si dà il caso che l'art. 78 della Carta pretenderebbe che ogni guerra venga deliberata dalle Camere. Non dal Consiglio supremo di difesa, che sempre a metà marzo aveva approvato un atto d'indirizzo. Non dal Parlamento in forme generiche e allusive, com'è fin qui avvenuto. Serve una decisione univoca, circostanziata, meditata. E va espressa nell'unico luogo istituzionale in cui le opposizioni hanno un posto in tavola. In questo caso, viceversa, neanche uno straccio di delibera del Consiglio dei ministri. La licenza d'uccidere, come per l'agente 007, l'ha decisa Sua Maestà, ovvero il presidente Berlusconi. E' l'evoluzione estrema della nostra forma di governo: dal parlamentarismo al premierato, dalla repubblica alla monarchia. E c'è poi l'aspetto sostanziale. L'Italia «ripudia» la guerra, dice l'art. 11 della Costituzione. Significa che è ammessa la sola guerra difensiva, per resistere a un'aggressione altrui.

Sta tutta qui la differenza tra l'Italia e la Germania. Non è che loro siano pavidi mentre noi siamo audaci. E' che i tedeschi prendono sul serio la Carta cui hanno giurato fedeltà, la quale vieta espressamente - al pari della nostra - ogni guerra offensiva (art. 26). Noi, invece, ce la mettiamo sotto i tacchi. La Costituzione, prima ancora della Libia. Non va più bene, è diventata un fossile giuridico? E allora cambiamola. Ma smettiamo di trattarla come una mummia imbalsamata.

Michele Ainis da Espresso.it

MOZIONE DI ITALIA DEI VALORI: ''La Camera, premesso che: l'intero bacino Mediterraneo e' investito da una crisi politica, sociale ed economica sfociata in rivolte a carattere violento; contro i regimi autoritari dei Paesi arabi infatti, si sono verificati significativi moti popolari che, accesisi in Algeria, si sono tumultuosamente estesi in Tunisia e in Egitto, con la conseguente caduta e fuga del presidente Ben Ali' e del presidente Mubarak, in Bahrein, nello Yemen, in Siria; anche in Libia si sono verificate significative sollevazioni contro il regime del colonnello Gheddafi, ma in questo Paese la crisi risulta essere molto piu' grave; dal 15 febbraio 2011, infatti, la ribellione popolare e le risposte del regime, sono sfociate in vera e propria guerra civile; il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, in conseguenza della feroce repressione delle proteste in Libia, ha adottato all'unanimita', lo scorso 27 febbraio, la risoluzione 1970/2011 con l'adozione di misure contro Muammar Gheddafi e i suoi sodali: il blocco di tutti i loro beni all'estero, il divieto di viaggio e l'embargo di vendita di armi; tuttavia, la situazione e' costantemente precipitata e la violenta reazione militare delle forze governative libiche, attraverso ripetuti bombardamenti dell'aviazione sulla popolazione civile, ha scosso la comunita' internazionale che solo a questo punto, tra ritardi e indecisioni, si e' mossa alla ricerca di una soluzione con la convocazione di riunione dei ministri degli Esteri del G8 a Parigi, imperniata soprattutto sull'imposizione di una No fly-zone sulla Libia; il 17 marzo 2011 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato un'altra risoluzione, la 1973/2011, con il voto favorevole di 10 Paesi: Francia, Gran Bretagna, Usa, Bosnia, Gabon, Nigeria, Sudafrica, Portogallo, Colombia e Libano e l'astensione di Russia, Cina, Germania, Brasile e India; la risoluzione ha autorizzato l'applicazione di una No fly zone sulla Libia e acconsentito alla messa in campo di ''tutti i mezzi necessari'' per proteggere i civili dalle forze del leader libico Muammar Gheddafi; le commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato hanno approvato il 18 marzo la risoluzione che da' mandato al governo ad agire in base alla risoluzione dell'Onu sulla Libia; la suddetta risoluzione ha autorizzato il governo a mettere in campo le misure necessarie a proteggere i civili e la concessione dell'uso delle basi militari in territorio italiano, in piena adesione alla risoluzione 1973 dell'Onu sulla Libia; come e' noto, a seguito di quanto sopra esposto e' scattata l'operazione Odissey Dawn (odissea all'alba), cui partecipano al momento Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia e Canada; con il passare del tempo, la comunita' internazionale impegnata in questa operazione si e' resa conto dell'impasse che si e' determinata in quella regione anche in ragione del fatto che e' stato escluso, giustamente, qualsiasi intervento di occupazione terrestre da parte di truppe straniere; il nostro governo ha espresso, in tale contesto, di volta in volta posizioni diverse su come agire e che tipo di presenza garantire per consentire il passaggio della Libia verso istituzioni democratiche; e' di pochi giorni fa, infatti, una dichiarazione del ministro degli affari esteri Frattini il quale ha affermato che quella in atto e' ''una situazione difficile sul terreno ed ecco perche' occorre andare fino in fondo. Esclusa l'azione di terra, o colpiamo con singole azioni aeree i carri armati di Gheddafi o lasciamo consapevolmente e volontariamente uccidere civili a centinaia e a migliaia. Per questo non possiamo tirarci indietro la nostra leale collaborazione con gli alleati portera' un contributo decisivo''; in tal modo, dunque, il Governo con propria iniziativa ha deciso di ampliare la natura stessa della risoluzione di maggioranza approvata lo scorso 24 marzo alla Camera dei deputati travalicando i limiti della stessa verso un deciso coinvolgimento militare; non e' accettabile che si possa pensare di bombardare un Paese senza prima passare attraverso un voto parlamentare e una discussione pubblica in modo che tutti i cittadini possano conoscere le ragioni relative agli annunciati bombardamenti ''intelligenti'', ancorche' riferiti a ''obiettivi mirati'' che come e' noto gia' in passato hanno causato anche tante morti di civili in altri e drammatici scenari di guerra. Ritenuto, inoltre, che un voto parlamentare, alla luce della gravissima lacerazione politica interna alla maggioranza, si rende necessario anche allo scopo di verificare se il Governo disponga ancora di una propria maggioranza in politica estera, impegna il Governo: a limitare la natura e l'estensione della presenza italiana nella missione deliberata dalla risoluzione 1973/2011 dell'Onu nei limiti previsti dalla stessa, escludendo esplicitamente la partecipazione attiva del nostro Paese ai bombardamenti contro obiettivi sul suolo libico''.

La mozione e' firmata dai deputati Di Pietro, Donadi, Evangelisti, Di Stanislao, Borghesi, L.Orlando ed è all’ordine del giorno della Camera dei Deputati per il 3 maggio.



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